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Lise Thouin, attrice di teatro, di cinema e televisione, cantante, è nata e vive in Quebec, dove è popolarissima, quanto Lorella Cuccarini o Marco Columbro in Italia. |
La storia che la indurrà a diventare scrittrice comincia nel 1985,
dopo un soggiorno nel nostro Paese dove contrae un virus, il coxackie B5,
che colpisce progressivamente meningi, cervello, cuore, stomaco, spina
dorsale, muscoli, distruggendo ad una ad una tutte le sue funzioni vitali;
Lise è il classico caso in cui, per i medici, non c’è più niente da
fare; interviene la morte clinica... un’esperienza indescrivibile, dalla
quale tuttavia, miracolosamente, farà ritorno: «Sono
stata fra la vita e la morte, sono andata dall’altra parte dello specchio,
e sono tornata».
Lise ha 37 anni ed esce da questa esperienza
completamente cambiata, senza peraltro riportare alcuna descrizione di ciò
che ha vissuto in quella che viene chiamata NDE (Near Death Experience), né
grandi rivelazioni; il cambiamento, si potrebbe dire, è avvenuto
nell’anima, nella sua qualità d’essere.
Ritornata in pieno possesso delle
sue capacità dopo una lunga convalescenza, in cui faticosamente ha
riconquistato l’uso del corpo, Lise ha una nuova certezza: «Non moriamo; la vita continua
sotto altra forma».
È animata dalla forza di dire “sì” alla vita,
a tutto ciò che le si presenta, vuole condividere questo amore vitale con
gli altri. Un giorno, accompagnando la figlia che partecipa ad uno
spettacolo in favore dei bambini leucemici, Lise entra nell’ospedale
infantile della sua città. Da allora, senza abbandonare la sua brillante
carriera teatrale, sceglie di riversare su questi bambini ammalati, in buona
parte vicini all’esperienza della morte, questo senso nuovo dell’amore,
un amore traboccante.
È il 1997, ed ha così inizio la
sua attività di volontariato come accompagnatrice dei bambini in fin vita
all’ospedale Sainte-Justine di Montréal, dove fonda un Comitato per
l’Umanizzazione delle Terapie.
«Non
ho e non avevo alcuna formazione in campo sanitario, sono e resto un
personaggio dello spettacolo. Ma mi è stato chiaro, fin dal primo momento,
che avrei dovuto lavorare con loro».
Cosa fa Lise? Fa entrare un po’
di luce nelle tetre camere ospedaliere, appesantite dal dolore e
dall’angoscia.
«I
bambini non hanno bisogno dell’angoscia e dell’ansia degli adulti. Non
vogliono sentirsi dire “povero piccolo”.
Hanno bisogno che gli adulti si
rivolgano ad altro che non sia quella parte di loro che soffre. Un bambino
malato non è soltanto la sua malattia, ha anche voglia di ridere. Ancora mi
colpisce, dopo tutti questi anni di assistenza, il fatto che tutti, per
quanto diversi, siano capaci fino all’ultimo secondo di meravigliarsi,
giocare, fare progetti. Anche se sanno.
Hanno bisogno di ridere, di avere accanto persone piene di vita che
offrano loro questa vitalità; prima, davanti a quei volti scarni, ai
piccoli crani calvi, guardavo da un’altra parte e stringevo a me più
forte i miei figli. La paura della nostra morte la proiettiamo sugli altri,
e così ci restiamo murati dentro. Ma ora so che non si muore. E non mi
aspetto da questi bambini né che guariscano né che muoiano; io li
accompagno, quale che sia il loro destino. Accompagnare è amare».
Un giorno Lise si trova ad
assistere una bambina in fase terminale, Audrey, che aveva visto un suo film
(La rana e la balena) in cui Lise
aveva recitato con i delfini, gli animali che Audrey ama di più. Lise non
può fare nulla per guarirla, per cui cerca di alleviarle la tensione e la
storia di Palla di Sogno le affiora spontaneamente alle labbra. Audrey è terrorizzata
all’idea di doversene “andare” e, come spesso accade, non ne parla per
proteggere in qualche modo la madre, a sua volta spossata, annientata dal
dolore, dall’impotenza nello stabilire un contatto vero che possa
acquietare la bambina. Ed ecco che, dopo aver ascoltato Palla
di Sogno, la piccola sorride: è radiosa, rassicurata... finalmente!
Quando la mamma ritorna, Lise racconta anche a lei la storia di Palla
di Sogno; la donna scoppia in lacrime, ma è sollevata perché
finalmente scopre parole nuove con cui comunicare con la piccola Audrey,
immagini semplici che non hanno nulla di terribile o minaccioso. È qui che
Lise incomincia a capire la vera portata di Palla
di
Sogno.
«Con
questi bambini, non ho un passato da condividere, e non c’è futuro.
Abbiamo solo il presente. Questo è il mio istante preferito, il solo che mi
appartenga, e possiamo farne un momento straordinario, magico».
E’ questo che trasforma il
libro Palla di Sogno
in un best-seller, perché il delfino a cui spuntano le ali e prende il
volo verso il pianeta di cristallo è metafora della trasformazione, ossia
della nascita di qualcos’altro. Non certo della fine.
«La
vita è dura per tutti, perdiamo un amico, un lavoro, ci tocca cambiare
casa... Prove che ci lasciano a volte sconvolti, e che sempre ci cambiano.
Come al delfino del libro, anche a noi spuntano a poco a poco le ali. Poi,
un bel giorno, quando sono diventate abbastanza larghe,
lunghe, abbastanza forti, ci
conducono a qualcosa di cui forse non sospettavamo l’esistenza, qualcosa
di meglio, di diverso...».
Il best-seller diventa allora un
progetto ad impatto sociale, e poi un progetto internazionale, che vede fra
i volontari Marco Columbro, Lorella Cuccarini e diversi editori riuniti, tra questi Amrita che rileva il
progetto nel 2004 e lo rilancia.

Queste pagine sono pubblicate per gentile concessione degli amici
Beppe Sartori e Danela Muggia
